I pericoli in Afghanistan sono tanti, tuttavia in questa guerra «tecnica» non c’è il desiderio di conquista né la volontà di affermare un «blocco» politico-militare come successe agli americani per il Vietnam. Laggiù i morti non contavano tanto rispetto all’obiettivo. Oggi i governi e le popolazioni vivono la perdita di ogni singola vita umana come la peggiore delle sconfitte, sia pur da mettere nel conto dei rischi conseguenti ad impegni internazionali presi e sicuramente da rispettare. Il paragone non è dunque né giusto né corretto. I nostri militari sono professionisti seri che hanno regole di ingaggio, esperienza e attrezzature assimilabili a quelle in dotazione a tutti gli altri contigenti impegnati nelle missioni all’estero. E’ un po’ romantica e datata anche la sua visione del figlio «che parte soldato» perché non trova lavoro. Il tasso di disoccupazione in Italia è più basso rispetto alla media europea anche se tra i ragazzi sotto i 25 anni abbiamo la performance peggiore. Però nessuno è costretto a giocare alla guerra. Si diventa soldato per concorso. E per passione. La generazione «né-né» è frutto non tanto di politiche giovanili insufficienti, quanto di famiglie troppo protettive e di un percorso formativo post-studio troppo lungo e costoso.
Non ricordiamoci di loro solo quando tornano in una bara ricoperta dalla bandiera Italiana con il sottofondo dei pianti e delle urla dei loro cari. Pensiamoli e onoriamoli sempre.
Folgore