Tutto pronto, almeno sulla carta per l'inizio del
processo di «transizione» che vedrà il passaggio delle responsabilità di sicurezza in un buon numero di distretti afghano dalle forze alleate a quelle afghane. L'annuncio delle aree assegnate in esclusiva alle forze locali è atteso dal presidente afghano Hamid Karzai il 21 marzo e il programma dovrebbe coinvolgere entro l'anno circa il 25 per cento dei distretti (simili ai nostri comuni, generalmente con meno abitanti e maggiore estensione territoriale) In luglio gli afghani assumeranno il controllo pieno di quattro province (probabilmente Mazar-i-Sharif, Bamyian, Panshir ed Herat) e di tre grandi città (secondo indiscrezioni Herat nell'ovest, Mazar-i-Sharif a nord e Laskargah nel sud) ma già da marzo alcuni distretti della regione occidentale posta sotto il
comando militare italiano verranno ceduti alle forze locali.
«Noi abbiamo già un elenco dei distretti che verranno riconsegnati agli afgani: è giusto che li annunci il presidente Karzai, ma devo dire che è esattamente in linea con le nostre attese», ha detto al vertice Nato di Bruxelles il ministro della Difesa, Ignazio La Russa. Il processo di transizione comincia ora e si svilupperà fino al 2014 ma, come tengono a precisare molte fonti, non significa ritiro delle truppe alleate. «Abbiamo detto al segretario generale della Nato e agli americani che concordiamo sul fatto che non si può' immaginare che ci sia una sorta di rompete le righe con la fase di transizione», ha aggiunto La Russa. «Questa non è una fase di chiusura ma si tratta solo di riconsegnare agli afgani parte del territorio e di reimpiegare le truppe che si liberano nel modo migliore per accorciare ulteriormente i tempi del definitivo passaggio di consegne. L'intendimento dell'Italia è candidarci sempre più a fare gli istruttori e far rimanere le truppe non più necessarie in alcune zone in altre dell'area sotto comando italiano».
Affermazione che sembrerebbe indicare la volontà di concentrare alcune compagnie di fanteria del
contingente italiano non più necessarie nella zona di Herat a rinforzo delle aree più calde come Bala Murghab (nord) e Bakwa/Gulistan (sud est). Il segretario generale dell'Alleanza Atlantica, Anders Fogh Rasmussen, ha espresso «fiducia sulle capacità» delle forze afghane che sono «in continua crescita», tanto che esse «combattono spalla a spalla» con i reparti della Nato ed anzi «in molte operazioni rappresentano oltre la metà» degli effettivi impiegati. Esse «ora sono pronte per assumere gradualmente la responsabilità della sicurezza della loro nazione e della loro popolazione». Un'analisi forse un po' troppo ottimistica se si considera che i report degli ufficiali alleati sui campi di battaglia esprimono molte riserve su addestramento e determinazione delle forze afghane.
Rasmussen ha comunque precisato che «non lasceremo, al contrario resteremo per sostenere e addestrare gli afghani« anche se molti Paesi europei quali Francia, Spagna e Germania hanno già da mesi annunciato una riduzione di rilievo dei propri contingenti già dal 2012. Forse anche per questo il segretario alla Difesa statunitense, Robert Gates ha ironicamente commentato che «si parta troppo di ritiri e troppo poco di come finire il lavoro nel modo giusto» mettendo in guardia contro la tentazione dei diversi governi di fare piani «non coordinati», soprattutto ora che il comando alleato guidato dal generale David Petraeus si attende «combattimenti più duri e pesanti».
«Ritiri nazionali non coordinati - ha insistito Gates - metterebbero a rischio i passi avanti fatti finora. Qualsiasi considerazione sul ritiro di forze deve essere guidata dalle condizioni di sicurezza sul campo, non da calcoli matematici fatti sulla base di preoccupazioni politiche». Gates non ha risparmiato critiche ai governi europei. «Purtroppo alcune recenti dichiarazioni retoriche, comprese quelle venute da alcune capitali di questo continente, mettono in dubbio la volontà di arrivare ad una soluzione».
Dubbi emergono anche sulla solidità dei rapporti tra Karzai e gli alleati. Il presidente afghano non esita a cogliere ogni occasione buona per attaccare la gestione militare delle operazioni e nel corso di un discorso nella provincia orientale di Kunar, dove la
forza internazionale dell'Isaf è accusata di aver ucciso di recente decine di civili, ha chiesto alla Nato di cessare le sue operazioni militari nel paese. «Voglio chiedere alla Nato e agli Stati Uniti, con onore e umiltà, e senza arroganza, di cessare completamente le operazioni nel nostro paese", ha detto il presidente afghano nel corso di un incontro con 500 capi tribù di tutti i distretti della provincia. «Se si tratta di una guerra contro il terrorismo internazionale la devono condurre nelle regioni che noi indichiamo da nove anni e che loro conoscono", ha aggiunto Karzai riferendosi alla Tribal Area pakistana.
In realtà il
rapporto annuale della Missione delle Nazioni Unite in Afghanistan (Unama) e della Commissione indipendente afghana per i diritti umani rileva che nel 2010 le vittime civili del conflitto sono salite a 2.777 con un incremento del 15 per cento rispetto al 2009. Gli insorti sono però responsabili della morte di 2.080 persone, il 75 per cento del totale e il 28 per cento in più rispetto allo scorso anno, mentre le forze governative e alleate vengono considerate responsabili della morte di 440 civili, il 16 per cento del totale, con un calo del 26 per cento rispetto al 2009. Il presidente afghano non ne parla mai ma anche le sue truppe uccidono per errore i civili, non solo gli alleati. Le truppe internazionali hanno registrato 82 caduti dall'inizio dell'anno (53 statunitensi, 11 britannici e 18 alleati tra i quali due italiani), un netto miglioramento rispetto ai dati rilevati il 12 marzo 2010 quando i caduti alleati dal primo gennaio furono 122 mentre nei primi 3 mesi del 2009 erano stati 77.